La biblioteca teologica del Monastero di Strahov a Praga

La bacheca dei libri, ha come modello questa immensa fonte di conoscenza perché: "La lettura è per la mente ciò che l'esercizio è per il corpo

Novità e successi della NORD Editore

Ecco le novità da non perdere e il successo di "Vita dopo vita" che come sottolinea l'Espresso:«La nostra eroina muore e rinasce innumerevoli volte; e il lettore la segue in un crescendo di suspense che sta la fantascienza e il miglior realismo magico. Un romanzo così non si era mai visto.»

Novità e successi della Dunwich Edizioni

La Porta dei cieli, il thriller archeologico protagonista del Blog Tour ancora in corso; Il successo dell'horror "William Killed The Radio Star" uno sfondo musicale dalla intricata indagine psicologica e le attese novità legate ai concorsi della Dunwich.

I 5 romanzi finalisti del Premio Strega 2014.

Ecco i romanzi candidati a entrare nell'immortale albo d'oro del Premio. Il favorito è "Non dirmi che hai paura" vincitore del Premio Strega Giovani. Alla finale del 3 Luglio ha vinto il prezioso elisir Francesco Piccolo con "Il desiderio di essere come tutti".

Novità editoriali da non perdere

Ecco le fresche letture che hanno attirato la mia attenzione. Da un Amore Alieno a Per sempre insieme,dalla passione di Così come sei al distopico fantasy Mystic city, ma un Eccezione serve sempre quindi non perdetevi l'eccezionale caos di sentimenti scritta dall'islandese Audur...

martedì 17 settembre 2013

Cate, io: “l’amore per me stessa avevo finito di stamparlo dai miei dodici anni. Era andato fuori catalogo dopo una sola edizione”

Parliamo di...   
               Matteo Cellini

 Matteo Cellini, è un giovane professore di lettere presso la scuola media, originario di Urbino e cosa più importante scrittore d’esordio, del libro Cate, io con cui si è meritato il Premio Campiello Opera Prima, è stato anche selezionato tra i 12 libri semifinalisti nel Premio Strega, e anche se non ha superato la semifinale, il suo è un libro di grande qualità e dal forte impatto, perché con una scrittura semplice, velata dalla grande autoironia della protagonista, riesce a trattare un tema molto delicato, quello dell’obesità giovanile, attraverso la vita supereroica di Caterina o Cate, una diciassettenne in lotta contro se stessa e il mondo, e lei salva tutti e soprattutto se stessa, con la sua intrepida super ironia tipo:
“Siamo gli eroi della dismisura, perché avere chili di troppo è questione di quantità, poi più niente.
Per fare me hanno impiegato più pongo che per fare te. Però siamo uguali.
Potremmo essere, ad esempio due pugili: io rientrerei nei massimi e tu nei pesi piuma, ma non ci sarebbe altra differenza.
Al mercato, mi si vendesse a peso costerei di più: tu meno, ma saremmo entrambi sogliole, totani o capponi”.
 Cate, io, è un romanzo in prima persona e la voce narrante è la protagonista la giovane e povera Caterina, che attraversa il periodo più difficile quello dell’adolescenza con parecchi chili di troppo che la rendono un fenomeno agli occhi dei suoi coetanei, che naturalmente la isolano e la deridono, ma lei cerca di reagire alla difficile situazione in cui si trova con una mordace autoironia che dovrebbe consolare il suo animo ferito e solo sperando in un futuro migliore dove lei è accettata e la sua famiglia una silhouette.  La qualità dell’argomento trattato con impareggiabile stile, la studiata psicologia di Cate, hanno messo questo libro e il suo autore in ottima luce di fronte alla critica letteraria, ma cosa ne pensano i lettori come noi?
Scopriamolo godendoci un po’ di Cate, io e poi decidiamo se merita un posto tra i nostri libri in lettura.
 Mi chiamo Caterina mentre mio fratello attorciglia elastici alle cose nell’altra camera e mia madre chiama. È freddo come di regolo ogni mattino, sarebbe da cucirsi il piumone
addosso ma me ne sto così, col pigiama solamente. Scendo dal letto, e sono ancora Caterina. Sento le cose di là strette tra gli elastici staccarsi, immagino l’infinità
di nodi sciogliersi e la gioia del lieto fine. In cucina è appena più caldo, papà già da un pezzo è ai fornelli e il macchia di un odore forte l’aria come un cane dalmata. Sulla tavola è pieno di cose che non mi appartengono, molte sono di mio padre. Ha gli abiti da lavoro coi segni dei pennelli e tutto il resto; Oscar siede già tutto sporco di latte e biscotti intorno alle labbra, ha un naso rotondo come un bottone da cappotto, rosso come un pulsante per la distruzione del mondo, e mi viene da spingerlo, e mi viene da dire pulisciti, non è un trogolo quello, ma ci rinuncio. Mia mamma scende le scale in vestaglia, impreca contro gli elastici, dice mangiamo senza di lui che non può proprio lasciare. Mangiamo e siamo noi misura di tutte le cose, mangiamo e sembriamo noi una famiglia normale; le sedie sembrano solo più strette, le posate un po’ piccole e nient’altro. E io sono ancora Caterina, e le  cose sono le cose, o lo rimangono appena più che fuori di qui, oppure non ci si pensa, ecco tutto. Cogli occhi nella tazza sento il rumore del latte che scivola nelle gole, il respiro non è affannato perché è di tutti affannato, e finisse il mondo tra le pareti di questa casa nessuno lo definirebbe affannato, ma normale. Oscar canticchia sigle di cartoni animati e mio padre tace, mamma riepiloga le cose del giorno fissando il vuoto come non fosse veramente vuoto ma pieno di fogli di block notes, io dalla mia posso starmene tranquilla, godermi la discesa bollente del latte come fossi un termosifone, contentarmi di essere semplicemente Caterina.  Mi alzo e bacio babbo immobile sulla sedia, come un punto e virgola; ha come sempre una reazione da punto a capo: preme un bacio maiuscolo su di me, poi raggiunge Oscar e mamma e si china su di loro; dice “Buona giornata a tutti!” e scompare nel suo quotidiano paragrafo di lavoro. Io intanto afferro Oscar per una mano e lo trascino su fino in camera. Mentre mi vesto si raggomitola nel mio letto e mia madre disotto sparecchia. Oscar si addormenta di nuovo come ogni mattino, oltre la porta Gionata armeggia con dei riflettori molto forti e io incomincio a soffrire piano come se questi pantaloni e questa felpa mi soffocassero, come fossero una camicia di forza. In bagno copro le occhiaie e spazzolo i capelli fissandomi allo specchio fino a non vedere più niente, ritorno in camera, scuoto mio fratello che si sveglia, “i vestiti da mettere sono quelli sulla sedia, non quelli nel tuo cassetto, ricordati”, poi lo bacio e sparisco con lo zaino sulle spalle, e sparisco davvero, ogni gradino una lettera del mio nome, ogni passo un colpo di gomma. Sono irriconoscibile quando saluto mamma sulla porta, e non perché ho mezza faccia sotto la sciarpa, semplicemente, come il più triste dei supereroi, la mia identità scompare appena esco di casa, appena supero la cancellata – e non sono più Caterina. Mi chiamo Cater-pillar ora, mi chiamo Cate-ciccia. Anche se non c’è nessuno. Cammino e ho il mio costume indosso: un panneggiato, indolente, fluttuante manto di grasso. Sono una supereroina e risolvo problemi. Salvo il mondo. Sono la possibilità ambulante di un paragone che salva; che toglie dalle mani la palma della più brutta, della più grassa, della più sola. Sono Cate-bomba, un residuo bellico inesploso dai tempi delle medie.  Cammino per Urbania, ottomila anime appena, attraverso il piazzale del cinema, la scalinata delle Poste e penso a New York, o Gotham City: una fuga di grattacieli, il buio di un vicolo lunghissimo e sei lontano, di nuovo alla tua identità; una ragnatela, un colpo di mantello e sei sopra gli occhi di tutti, tra le nuvole. Ti sottrai al vestito e sei di nuovo te, mentre io rimango, perduro, in posa costante per tutte, tutte le fotografie. Io non posso mutarmi d’aspetto, posso solo trovare rifugio, frapporre qualcosa, un muro, una porta, un cancello, un taglio di capelli a forma di sipario, un trucco da imbianchino, una dieta portentosa, una dieta a zona, una dieta di soli frutti, una dieta senza carboidrati.  La mia vita è stata sin qui nient’altro che il tentativo di togliermi questo costume da supereroe. Sul pullman arrivo tra i primi per non comparire di fronte alla platea, per non percorrere il corridoio tra i 13 sedili, come una ridicola passerella; mi siedo in seconda fila tra i primini, rivolta al finestrino. Non ho compiti da copiare, non ho appunti da ripassare, non ho amiche con cui condividere qualcosa. Mi hanno confinata qui, murata in me stessa. Avranno pensato che grassa come sono potevo ricavare da me un’amica o due con cui chiacchierare, trascorrere il tempo; che fossimo più persone in una.  Il rumore della strada e la controffensiva del sonno, le parentesi quadre dell’iPod rendono quasi piacevole, dimentico il viaggio fino a Urbino. All’apertura delle porte cigolanti del pullman i giorni peggiori immagino guardie giurate e il refrain dead woman walking fuoriuscire dagli altoparlanti. Scendo invece nel silenzio oggi e mi accompagno ad alcune che sono colleghe, nient’altro. Oggi l’Annoievole Anna è assente, c’è Angela invece, e Giulia. Fino all’uscita dal pullman non vedo nessuno dei miei, perché entrano in fondo, perché siedono in fondo, nel presbiterio, dove non ho mai chiesto spazio.  “Ciao, Cate”, dice Giulia mentre Angela mi fa un segno con la testa mozzata dalle volute di fumo; saliamo insieme perché andiamo nello stesso posto, qualche volta parliamo della prof di lettere “che ci capisce”, dei compiti e dell’esame che si avvicina. Spesso taciamo però e per me sarebbe niente male, ma debbono sentirsi in colpa in qualche modo, pensano forse che la vita giusta e desiderabile scorra attraverso le loro vite e non attraverso la mia, così dicono, ad esempio: “Allora, come va?”, che invece di stabilire un contatto mi spedisce a migliaia di anni luce, annerendo il vuoto che dovrebbe non esistere tra coetanee e compagne di classe. Io fieramente rispondo un “bene” armato di tutto punto, risentito quasi: non sono malata e non lo sono stata, non vengo da nessuna convalescenza. Chissà se qualcuno mai avrà ironizzato, le volte che manco, sulla possibilità ridicola di incasellare la mia assenza in uno spazio così piccolo, come bastasse una minuscola a corsiva a cancellare tutta questa ciccia. Se qualcuno, in quei giorni, avrà mai indicato la mia sedia esclamando: “Oggi riprenderai fiato!” o tutta la classe: “Non vi sembra vuota, oggi?”. Chissà. Per evitare che si parli di me non manco mai. Ci sono sempre, per tenermi vicini i nemici, per evitare che la situazione mi sfugga di mano. Per non dover chiamare qualcuno per i compiti. Cosa che non faccio mai, se non in vista di una verifica: senza domandare studio le dieci pagine successive, faccio tutti gli esercizi. Faccio terra bruciata. Ma non manco mai e sono sempre avanti sul programma. E sì: sono la migliore della classe. Difficile a credersi. Di solito una palla di lardo è vittima di una catastrofica educazione alimentare, sbagliata in tutti i campi della vita per l’irresponsabilità di genitori amanti prematuri e sposi giovani – partiti male e finiti peggio.  Invece no. Nel mio mare di trigliceridi nuotano un sacco di neuroni, e con molto agio per giunta. Perderei tutte le gare di corsa, ma se si tratta di ragionamenti non sbaglio una partenza e non manco mai il traguardo. Non manco mai nulla. Sono sempre presente, sono la prima della classe. ...

“Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica basteranno a fare la mia felicità fino alla morte” François Truffaut

Buongiorno, appassionati di cultura. Libri, musica e film, sono gli elementi giusti per augurarvi una splendida giornata che potrebbe concludersi con un tuffo nei ricordi, con la visione del film di  François Truffaut, Fahrenheit 451.
 Dovunque si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini.
Heinrich Heine
 Nulla è più vero delle parole di Heinrich Heine, che il grande regista della storia del cinema François Truffaut, ne sottolinea l'autenticità con la pellicola Fahrenheit 451, del 1966, e trasporta sul grande schermo l’omonimo romanzo di Ray Bradbury, dove in una dispotica società fantascientifica, i libri sono diventati fuorilegge e il fascino della lettura tenta il protagonista Montag, che inizia a lottare contro il sistema, protetto da una comunità che cerca di preservare il contenuto dei libri imparandoli a memoria. Un film storico dove i protagonisti sono i LIBRI, un segno di questo grande regista, per sottolineare il suo grande amore per la letteratura e le arti. Eccola la dichiarazione da cui è stata tratta la citazione di oggi.
 Ho mangiato quasi tutti i giorni, ho dormito quasi tutte le notti, secondo me ho lavorato troppo, non ho avuto abbastanza soddisfazioni né gioie. La guerra mi ha lasciato indifferente e lo stesso vale per i cretini che la facevano. Amo le Arti e in particolare il cinema, ritengo che il lavoro sia una necessità come l'evacuazione degli escrementi e che chiunque ami il suo lavoro non sappia vivere. Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica basteranno a fare la mia felicità fino alla morte, che un giorno dovrà pure arrivare e che egoisticamente io temo. I miei genitori sono per me soltanto degli esseri umani, è solo il caso che fa di loro mio padre e mia madre, è per questo che per me non sono che degli estranei. Ecco tutta la mia avventura. Non è né allegra né triste, è la vita. Non fisso a lungo il cielo perché quando i miei occhi ritornano al suolo il mondo mi sembra orribile.

lunedì 16 settembre 2013

Caffè letterario, Sogno di essere libera. I libri sono le mie ali. L'amore è la mia conquista.

Caffè letterario
Buongiorno,
       appassionati lettori, ecco per voi il  bellissimo libro di una fantastica autrice Nerea Riesco,  da accompagnare al nostro caffè mattutino, che oggi  ci ammalierà con un  dolce e speziato vento che sa di miele e di cannella.
Il vento che sa di miele e cannella, è una bellissima storia che come il famoso libro La ragazza e l’inquisitore, ci trasporta in un lontano passato, in questo caso il 1544, dove la ragazza protagonista è Marianna, una giovane nobile castigliana, il cui unico amore e conforto sono i libri della vecchia biblioteca di casa. Una giovane il cui destino è già stato deciso, infatti dovrà andare in sposa al viceré, che governa nel Nuovo Mondo. Per Marianna questa è l’occasione per ottenere quella sognata libertà che fino a quel momento aveva vissuto solo all’interno dei suoi preziosi libri, ma anche se questo pensiero dura un battito di ciglia, scoprirà qualcosa di più, una avventura ricca di desideri profondi e svolte inaspettate sullo sfondo del regno spagnolo nel Nuovo Mondo. Nella sua vita si alzerà un vento che spira fra le sconfinate vallate, spingendola a una passione travolgente che spazzerà la sua rigida vita facendole assaporare il suo dolce e speziato profumo che andrà oltre la sua idea di libertà, l’amore. Questa è la vera forma di libertà che dovrà riuscire a conquistare.
Sogno di essere libera.
 I libri sono le mie ali.

 L'amore è la mia conquista.
Nerea Riesco è una bravissima e affascinante scrittrice spagnola, nata a Bilbao, è cresciuta a Valladolid e abita a Siviglia, si è laureata in giornalismo e oggi insegna scrittura creativa all'università, oltre a collaborare con il giornale “El País” e altri prestigiosi quotidiani. Con il libro La ragazza e l'inquisitore, ha concquistato il cuore di critica e librai, e la con la pubblicazione in dieci paesi, ha ottenuto il consenso del pubblico italiano e con Il vento che sa di miele e di cannella è stata vincitrice di prestigiosi premi letterari in Spagna, che confermano il suo talento, che chi ha avuto modo di leggere il suo prercedente libro La ragazza e l’inquisitore, sicuramente ha già notato.
Adesso assaporiamo il nostro caffè in compagnia di Marianna e chissà che non giunga anche a noi questo dolce vento speziato che può venir fuori solo dalle pagine magiche che stiamo leggendo, quelle scritte dalla fantastica Nerea. 
Un regno invincibile,
un paese delle meraviglie
dal favoloso paesaggio
e dalla laguna famosa,
monti di fulgido oro
e di brillante argento...
 Mariana Enríquez venne al mondo un giovedì di mercato a Medina de Rioseco. Un giorno alla settimana plaza Mayor e plaza de Santa Ana brulicavano di persone ansiose di aggiudicarsi l’affare del secolo, e le strade del centro si lasciavano privare della tranquillità a cui erano avvezze da sempre. La baraonda di fabbricanti di selle e finimenti, di armieri, gioiellieri, pescivendoli, commercianti di tessuti e di spezie, di calderai, conciatori e fabbri trasformava la «molto nobile e molto leale città di Medina de Rioseco» in quella che si prese a chiamare «la Piccola India», paragonando il suo mercato alle ricchezze provenienti dal Nuovo Mondo. Le bancarelle invadevano le strade sin dalle prime ore del mattino, come una mano prende possesso di un guanto, riempiendolo completamente, fino a colmarne la capacità. Le oche, i maiali, i galli, le pecore e gli altri animali della fattoria emettevano versi malinconici che settimana dopo settimana suonavano sempre uguali, trasformando ogni giovedì di mercato in una replica esatta del precedente. I versi delle bestie si mescolavano a quelli degli uomini e il vocio senza sosta dei venditori risuonava tra i portici, serpeggiava tra le colonne di legno, tra la folla, e prendeva forza fino a elevarsi al di sopra delle nubi, uno schiamazzo che si lanciava all’infinito lungo le pareti degli edifici, risalendo come fumo lungo il camino.  Fu per questo che le urla di doña Ana risuonarono attutite e nessun abitante del palazzo si accorse di nulla. I gemiti e i lamenti rimasero confinati alla stanza dove avveniva il parto.  “Strillate pure quanto vi pare, signora: in questo caso nessuno ve ne farà una colpa.”   La levatrice aveva già assistito la sposa dell’ammiraglio in altri due parti. La donna, grassa, dalle mani forti e robuste, il viso sempre paonazzo come se fosse sul punto di soffocare, per giustificare la sua sterilità davanti al Signore aiutava a mettere al mondo gran parte degli abitanti di Medina de Rioseco. Decisa com’era a lasciare in eredità i trucchi del mestiere prima di passare a miglior vita, negli ultimi tempi si faceva accompagnare da sua nipote, una giovinetta che non sembrava molto esperta e che a ogni grido della partoriente faceva una smorfia di dolore, partecipando alla sua sofferenza. La ragazza eseguiva gli ordini della levatrice in maniera goffa, lenta e imprecisa, e pareva sempre che assistesse a un parto per la prima volta; e che, potendo scegliere, di sicuro sarebbe stata anche l’ultima. “Forza, rimbambita, avvicinami quei panni”, gridò la levatrice sperando di svegliare la nipote. Poi, dopo un attimo, si rivolse a doña Ana come se niente fosse: “Spingete, signora, non mollate proprio adesso che ci siamo quasi...”. ... Nel frattempo, don Luis Enríquez faceva il possibile per ignorare ciò che stava accadendo nella stanza della moglie. Nelle due occasioni precedenti, sin dai primi lamenti aveva avuto lo stomaco e la mente in subbuglio; aveva immaginato sciagure terribili, infiniti disastri che quell’evento avrebbe scatenato in seno alla sua famiglia. Si era raffigurato la moglie distesa nel letto a baldacchino, sprofondata fra le lenzuola della dote ricamate dalle monache, in un mare rosso scuro e denso; nella sua mente Ana gridava e si contorceva dal dolore come un’anima in pena, lanciando scintille dagli occhi, capace di offendere perfino il Signore in un momento di farneticazione.  In verità l’uomo aveva il segreto terrore che un misterioso castigo divino potesse ricadere su di loro e che il bimbo nascesse con la pelle squamata o con la coda da diavolo, come si diceva fosse successo a una malcapitata famiglia di commercianti di Villanubla, tuttora sotto stretta osservazione del Sant’Uffizio. Davvero una vergogna! Ma i suoi due bambini erano venuti al mondo senza alcun segno di mostruosità, perciò questa volta si era imposto di non lasciarsi trasportare dall’immaginazione; erano settimane che tentava di convincersi che non aveva alcun motivo di preoccuparsi, visto che la sua famiglia era sempre stata profondamente devota. E in più, le offerte elargite alla Chiesa garantivano l’aiuto del Signore in qualsiasi contrarietà: su questo non c’erano dubbi. Ecco perché, quando giunse il fatidico momento, don Luis si sentì in pace, e per distrarsi si dedicò come ogni altro giorno a sbrigare gli affari legati al suo ruolo. Aveva da poco ereditato dal padre il titolo di ammiraglio di Castiglia e cercava di trovare il modo migliore per servire il sovrano, anche se questo poteva significare imporre dei sacrifici alla propria famiglia. E intanto i suoi due maschi giocavano alla guerra ignari di tutto, estranei alle rotondità della madre, tenute ben nascoste sotto gli abiti. Ma del resto i genitori non avevano voluto anticipare la notizia dell’arrivo di un nuovo fratellino, per evitare possibili domande imbarazzanti.  “È una bambina!”... Mariana fu fortunata. C’è tanta gente che non ha madre, lei invece ne ebbe due contemporaneamente: una che la mise al mondo tra orribili dolori uterini e cefalici, da cui ereditò i capelli scuri e ondulati, il portamento aristocratico da gran dama, le mani affusolate e bianche, la vita stretta... E un’altra che le diede il suo latte, in cui si trovavano diluiti l’ottimismo, la passione e la forza di spirito. Mariana crebbe in tal modo forte e sana.  Beatriz si occupava di sistemare tutte le settimane tra i lenzuolini della bimba piccoli amuleti contro le malattie, il malocchio e qualsiasi altra minaccia potesse incombere su di lei. Ana la lasciava fare, anche se non credeva granché in queste cose e temeva che il marito potesse scoprire quei talismani pagani. Ma Beatriz le assicurava che erano molto efficaci, e glielo ripeteva con una tale convinzione che la persuadeva a chiudere un occhio. Sotto la protezione delle due donne, Mariana trascorse i suoi primi anni di vita in un’atmosfera rarefatta prossima alla perfezione, in cui non esistevano i pericoli, la cattiveria e la povertà, in cui il profumo della lavanda tingeva dolcemente di violetto ogni attimo della sua esistenza. ... l’ammiraglio sentenziò che era giunto il momento che la figlia cominciasse a ricevere un’istruzione se voleva diventare una vera dama e una brava moglie. Le donne assentirono con entusiasmo. Erano disposte ad accettare ogni sua decisione, purché non cacciasse la bimba di casa. E così don Luis ebbe modo di godersi il gusto piacevole del potere ritrovato: obbligò la figlia ad andare a lezione con i fratelli e tenne occupata ogni ora della sua giornata; con questa tattica, che considerò degna del più scaltro cospiratore, riuscì a tenere Alfonso lontano da Mariana senza offendere la moglie e la sua amica. La bambina imparò a leggere e scrivere in latino, scoprì i segreti del ricamo e del cucito con Beatriz e sua madre, cominciò a stare dritta in groppa a un cavallo, grazie all’equilibrio più che alla pressione delle ginocchia, e intraprese la sua educazione musicale perché a corte si giudicava sommamente elegante che una giovinetta del suo rango sapesse suonare uno strumento. Don Luis fece portare dalle Fiandre un virginale, una specie di spinetta piccola e maneggevole che scelse più per il nome che per il suono, felice all’idea che alle riunioni in società la gente dicesse che sua figlia era una virtuosa del virginale. Ma, nonostante l’impegno e la passione con cui cercava di trarre melodie da quello strumento, Mariana non imparò mai a suonarlo con maestria e si sforzava più per accontentare il padre che per una disposizione innata. Doña Ana diceva sempre che il Signore aveva elargito alla figlia innumerevoli doti, ma di sicuro non un orecchio musicale. Lo strumento era costituito da un cassone in legno con una tastiera al cui interno un prestigioso pittore italiano aveva raffigurato un’innocente scena campestre con dei ragazzi intenti a giocare. Fu sistemato nel salone come un mobile fra i tanti e normalmente veniva lasciato aperto, perché il paesaggio rappresentato nel coperchio si potesse apprezzare a prima vista. In questo modo, il dettaglio che Mariana avesse poco orecchio per la musica passò in secondo piano, visto che quell’aggeggio poteva servire per adornare la sala. La pittura che decorava il virginale era la cosa che a Mariana piaceva di più dello strumento, e alle volte vi si sedeva di fronte, posava le dita sui tasti e immaginava sé stessa a far merenda in quella radura, sognando a occhi aperti. Con il passare degli anni, Mariana si rese conto che fra lei e il virginale esisteva un filo invisibile che li univa, rendendoli inseparabili. Quell’arnese era entrato nella sua vita per diventare una specie di complice silenzioso, sebbene a onor del vero ogni tanto lo usasse anche come strumento musicale. Ma fra tutte le materie apprese a lezione, quella che la entusiasmò di più fu l’arte di padroneggiare l’uso delle parole. Scoprì che, se si conosceva il funzionamento del codice linguistico, si poteva accedere al mondo segreto custodito nei libri della biblioteca, al cui interno abitava un’infinità di personaggi in attesa di essere ascoltati: cavalieri in armatura che salvavano donzelle rapite da draghi, cavalli giganti fatti di legno che celavano nel ventre un esercito, mostri con la testa di toro che vivevano in complicati labirinti... Alcuni autori riuscivano a spedire il lettore d’un balzo nei luoghi descritti, come se il tempo e lo spazio non esistessero per chi rimaneva intrappolato nelle loro pagine. Quando si rese conto del potere che i libri potevano esercitare sui pensieri delle persone, Mariana capì perché imparare a leggere fosse un bene così prezioso, concesso solo a pochi, e intuì anche perché la gente potesse venire perseguitata per i libri che aveva scritto. Si sentì fortunata a conoscere la formula che poteva aprirle le porte di mondi lontani dalle mura che la circondavano, ma quando prese coscienza dell’incontrollabile potere evocativo che la lettura esercitava su di lei, quasi si spaventò. Aveva sentito parlare dei cataloghi dei libri proibiti e si mise a riflettere su ciò che sarebbe potuto accadere nel caso uno di essi le fosse capitato fra le mani e la sua curiosità sfrenata l’avesse costretta a sfogliarlo. Di sicuro, se fosse rimasta catturata da una storia, la forza incontrollabile di quelle pagine l’avrebbe scagliata all’inferno. Quel pensiero la tormentava: il male si nascondeva dietro ogni angolo, tendendo agguati alle brave persone.  “Nessuno sfugge agli attacchi del demonio, perché lui è molto furbo», assicurava padre Bernardo. «Alle volte si camuffa sotto le lettere, i punti, le virgole e la carta, e con questi trucchi può trasformare il lettore ingenuo in un pericoloso eretico.” Fortunatamente per lei, la possibilità che uno dei testi indicati come pericolosi oltrepassasse i muri del palazzo degli Enríquez era davvero remota. Un’altra delle sue scoperte fu la scrittura, una sorta di scrigno del tesoro con cui dare vita ai suoi pensieri più intimi e conservarli, per poi rileggerli e riviverli di nuovo. Iniziò a scrivere un diario e, per evitare che qualcuno lo trovasse e leggesse la sua mente, inventò un linguaggio personale, un misto di parole al contrario e metafore intricate, che, se da un lato potenziarono la sua immaginazione, dall’altro resero i suoi scritti talmente oscuri da risultare indecifrabili persino a lei stessa. Grazie alla magia delle lettere poteva continuare a parlare con Alfonso adesso che avevano meno occasioni di incontrarsi, visto che lui aveva cominciato a lavorare con il padre e lei trascorreva le sue ore a lezione...

sabato 14 settembre 2013

Booktrailer del libro "L'angelo caduto" di Susan Ee.

Allora dopo la mia Recensione, ecco qui il booktrailer realizzato da “la bacheca dei libri” per gli appassionati lettori.
Guardate e commentate se vi va... e come sempre
                           Buona lettura


Le strade sono di nuovo desolate. Siamo fuori dal distretto della roccaforte e nell'area devastata. Per chilometri e chilometri passiamo accanto a carcasse di macchine bruciate e palazzi distrutti. Il vento mi colpisce i capelli intorno ai viso mentre attraversiamo lo scheletro carbonizzato e rotto del nostro mondo.

Fantasy… amo, appassionati di fantasy e Urban fantasy, ieri ho finito di leggere una vera bomba distopica allo stato puro: L’angelo caduto di Susan Ee.
Come mi sento?
Non saprei, se devo essere onesta. Di questo libro ho già parlato quando è uscita la pubblicazione in Italia, con pronostici da urlo e il web in fibrillazione.
 Ora siamo giunti al cosa ne penso io dopo averlo letto?
Intanto devo precisare,  NON è ADATTO agli amanti del ROMANCE PARANORMAL FANTASY in stile Twilight o restando in tema di angeli caduti, alla Saga “Fallen” di Kate Lauren o Il bacio dell’angelo caduto di Becca Fitzpatrick o di tante altre belle storie con personaggi dark, dove l’amore proibito primeggia, quindi non aspettatevi questo genere di storia, perché in questo mondo l’amore non è la priorità, forse nel seguito potrebbe anche primeggiare, ma in questo primo volume di questa saga di Susan Ee, l’attrazione tra i due protagonisti è regolata dalla razionalità e l’amore praticamente non esiste al contrario della suspense e di quel velo di paura per ciò che ti circonda, esseri sconosciuti che nell’oscurità di attaccano e praticamente ti divorano vivi. Dopo questa piccola premessa, giusto per prepararvi a ciò che vi aspetta passo al cosa ne penso io, e vi lascio la mia:                                            
                              Recensione
 L’angelo caduto è un romanzo DISTOPICO allo stato puro, dove fa da scenario un mondo devastato da una guerra tra angeli e umani, distruzione, morte, e follia sono il pane quotidiano, che metafora, mi è venuta fuori considerando che la fame che divaga in questo mondo è tale da farti considerare il cibo per gatti un piatto prelibato. Questa storia è incredibile e mi ha riportato allo stesso stato d’ansia e paura che ho respirato nella realtà surreale del film Io sono leggenda con Will Smith, uno scenario apocalittico, dove inspiegabilmente gli angeli attaccano la Terra e i suoi abitanti, dando inizio a una apocalisse biblica, su ordine dell’arcangelo Gabriele, che viene ucciso mentre proclama l’inizio della guerra tra umani e angeli. Il mondo come lo conosciamo non esiste più, tra le strade deserte divaga la paura, tra angeli distruttori diventati padroni del mondo, bande di predatori, come quelle del mondo di Ken Il guerriero spadroneggiano in una realtà dove la civiltà è scomparsa, la tecnologia ormai è un ricordo, il cibo scarseggia e la gente ormai famelica sta perdendo la sua umanità infatti la morale è un lusso e l’unica cosa importante è sopravvivere.
In questo mondo sbagliato e ingiusto, la protagonista è una ragazza di nome Penryn, che fino a qualche settimana prima il suo unico problema era l’esaurimento mentale della madre, che ora ha perso completamente la ragione, la sua dolce sorellina Paige, che con energia affronta la vita su una sedia a rotelle un papà ingegnere che manteneva unita la famiglia e il un probabile vestito del ballo di fine anno, ora si ritrova in lotta con il mondo che la circonda nella speranza di proteggere e sfamare in qualche modo ciò che resta della sua sbandata famiglia, dopo che la sua colonna portante ovvero suo padre è morto quando tutto il finimondo ha avuto inizio. E in questo scenario, che Penryn si muove con la sua madre visionaria in lotta con i suoi demoni, e Paige, il motore che la spinge a lottare calcando le strade con circospezione per trovare un posto più sicuro dove fermarsi, ma e proprio durante questo spostamento che prende il via questa storia, mentre si ritrovano davanti a un gruppo di angeli che lottano contro un loro simile, dalle bellissime ali bianche, che nonostante la sua forza viene messo inevitabilmente a terra dagli altri cinque che dopo averlo inchiodato a terra gli tranciano le magnifiche ali. 
…Notte afferra un'ala di Neve per poi spiegarla. Fa un cenno con il capo a Tigrato, che solleva la sua spada sopra Neve.  Voglio chiudere gli occhi per non guardare il colpo di grazia, ma non ci riesco. Ce li ho incollati sulla scena.  “Avresti dovuto accettare il nostro invito quando ne hai avuto l'opportunità» dice Notte tirando l'ala per tenerla separata dal corpo di Neve. «E comunque nemmeno io sarei stato capace di predire una simile fine per te.” Fa un altro cenno a Tigrato, che abbatte la lama e recide l'ala. …
 I guai di Penryn, iniziano nel momento in cui si lascia trascinare dalla pietà per il povero angelo che con dignità e onore aveva tenuto testa ai cinque avversari e ora dopo aver perso le sue ali e sta per essere ucciso, così con sfrontato coraggio, dopo essere state viste dagli angeli invece di scappare con sua madre e la sorella, passa la spada all’angelo caduto, che con in mano la sua arma mette in fuga i suoi carnefici, che per vendetta si portano via la povera Paige.

…Solo per un istante lascio credere a me stessa di riuscire a tirarla di nuovo giù, e la stretta che provo in petto comincia ad alleviarsi. La stoffa mi scivola di mano.  “No!” Salto cercando di raggiungere i suoi piedi. Le sfioro le scarpe con la punta delle dita.  “Riportala qui! È solo una ragazzina!” Alla fine la mia voce si rompe. In men che non si dica l'angelo è troppo alto anche per sentirmi. Continuo comunque a urlare, inseguendoli lungo la strada, anche dopo che le urla di Paige si affievoliscono in lontananza. Il mio cuore praticamente si ferma quando mi immagino che la lascia cadere da quell'altezza.  Il tempo passa mentre, con l'affanno, rimango in strada a osservare il puntino nel cielo che si fa sempre più piccolo fino a scomparire…
Ora a Penryn, non resta che allearsi con il nemico dell’umanità per aiutarla a salvare la sua sorellina in cambio delle sue preziose ali e della vita che grazie a lei ancora mantiene.
...“Tu hai bisogno di me.”  Scoppia in una fragorosa risata. “Come, scusa?”  “Devi tornare dai tuoi compagni per vedere se riesci a farti riattaccare le ali. Te l'ho letto in faccia quando te l'ho accennato in quell'ufficio. Credi sia possibile. Tuttavia, per ottenerlo, sei costretto a camminare. Non ti sei mai spostato via terra, non è vero? Ti serve una guida, qualcuno in grado di procurarti cibo e acqua e un riparo sicuro.”… “…Non sono decisa a salvare il mondo, solo mia sorella. Per me è una responsabilità più che sufficiente. Inoltre, di cosa ti preoccupi? Vecchio mio, mi vedi come una minaccia per la razza angelica?”… “Sì, puoi venire con me» spiega quasi pentendosene. «Ti porterò nella roccaforte.”…
 Dopo aver ottenuto l’aiuto dell’angelo che si fa chiamare Raf, parte la missione di salvataggio fino a San Francisco, dove un mondo dominato da angeli che si godono i piaceri della vita terrena monopolizzano la città dove si trova la loro roccaforte. E durante il loro cammino nel cuore del nemico, si ritrovano di fronte il peggio che poteva nascere da questo folle mondo, dove non solo la devastazione ma anche creature che non hanno nessuna collocazione in questo e nell’altro mondo prendono forma.
Ci sono molte auto disseminate sulla strada finché non arriviamo all'imbocco dell'autostrada. Dopo questo, ci sono solo un paio di macchine in direzione delle colline. Nei giorni precedenti, tutti hanno tentato di prendere l'autostrada per allontanarsi. Non sono sicura di quale fosse la loro meta. Credo che non lo sapessero bene nemmeno loro, visto che l'autostrada è intasata in entrambe le direzioni.
Poco tempo dopo vediamo i primi cadaveri. …parti dei torsi sono state morse fino alle ossa a cui sono rimasti attaccati ancora pezzi di carne. Inoltre, gli arti non sono tutti al loro posto. Non ho il fegato per guardarli da vicino. Raf sì.  “Segni di denti” dice mentre si inginocchia sull'asfalto davanti al cadavere dell'uomo. “Di che animale si tratta?” Si siede tutto rannicchiato accanto ai cadaveri, e riflette sulla mia domanda. “La razza con due gambe e i denti piatti.” Mi si rivolta lo stomaco. “Cosa intendi dire? Che sono umani?”  “Forse. Stranamente aguzzi, ma dalla forma umana.”
   Alla macabra scoperta si aggiunge la banda dei guerriglieri che uniti seguendo un rigido codice militare, si proclamano le forze della resistenza umana, che sta iniziando a muoversi in tutto il mondo e a organizzarsi per poter affrontare e riprendere il mondo dalle mani degli angeli devastatori. Oltre questa speranza che illumina il cielo degli uomini e la speranza di Penryn per un possibile futuro, inoltre la scoperta che Raf è uno degli arcangeli candidato a sostituire Gabriele e l’amaro tradimento che subisce per invidia di coloro che bramano il potere che sottobanco si alleano con i demoni creando creature infernali, utilizzando come cavie anche gli umani e i bambini. In tutto questo caos, l’attrazione che Penryn e Raf provano diventa un enigma infatti:
...Il suo viso è così vicino al mio che i nostri respiri si uniscono. Eppure è molto distante, in un luogo dove è tormentato da profonde e crudeli emozioni. Qualunque cosa provi, è molto umano. Sento il forte impulso di allontanarlo da questo stato d'animo, per tentare di distrarlo. Gli poggio una mano sulla guancia. È calda, mi piace. Forse anche troppo. Tiene ancora gli occhi chiusi, perciò, timidamente, sfioro le sue labbra con le mie. All'inizio non vengo contraccambiata e penso di indietreggiare.  Poi il suo bacio diventa famelico.  Non si tratta del bacio delicato di una coppia al suo primo appuntamento, né quello di un uomo trascinato da puro desiderio. Mi bacia con la disperazione di un moribondo che crede che la magia della vita eterna si trovi in quel bacio. L'intensità con cui mi stringe la vita e le spalle e la forte pressione delle sue labbra mi fanno vacillare al punto da non riuscire più a controllare i miei pensieri. La pressione diminuisce e il bacio diventa sensuale...
 Nonostante il miscuglio tra questo dark venato di fantascienza con quel pizzico di tensione alla Alian, questa storia pazzesca è scritta in modo impeccabile, Susan Ee si è dimostrata una brava scrittrice, perché riesce a catapultarti all’interno di questo mondo apocalittico e a farti venire il batticuore per la tensione di alcune scene e alla fine ti senti un po’ sottosopra per le forti emozioni che hai vissuto insieme ai suoi protagonisti, e tutto quello che desideri è sapere cosa succede dopo, cosa succederà al mondo, si scoprirà se è stato veramente Dio a ordinare la fine del mondo o c’è la mano di qualcun altro dietro, e cosa succederà tra Penryn e Raf, l’attrazione che li avvicina si trasformerà in qualcos’altro?
La mia valutazione? Un ottimo libro se ti piace la tensione e riesci a dominare le scene macabre, poi se ti è piaciuto il film Io sono leggenda, allora non puoi perderti questo romanzo, che ti incollerà tra le sue pagine e insieme ai suoi protagonisti ti coinvolgerà nell’epopea di salvataggio dell’umanità.

venerdì 13 settembre 2013

Anche quando hai perso la strada c’è una stella che ti riporta a casa.

News
Cari amici è giunto il momento di scoprire la grande novità che splende come un raggio di sole dopo la pioggia, nelle nostre librerie. Anche se con un giorno di ritardo impossibile non presentarvi questo bellissimo libro di Sarah Butler, “L’amore in un giorno di pioggia”, che  illuminerà il vostro cuore come miriadi di stelle nel vostro cielo notturno.
Io non ti conosco.
 Ma insieme possiamo guardare le stelle.
 Prendimi la mano.
 Adesso non siamo più soli.

Titolo L'amore in un giorno di pioggia
Autore Sarah Butler
Editore Garzanti
Collana Narratori Moderni
Traduzione Enrica Budetta 
Pagine 272
Prezzo 16,40
Divoratori di libri, non potete assolutamente perdere questo libro che ha lasciato senza parole librai e critica. La Repubblica è rimasta talmente colpita che ha deciso di realizzare un evento speciale in occasione dell’uscita del libro in Italia, considerando che ha già venduto moltissime copie in 25 Stati conquistando il cuore dei suoi lettori.
Ma di cosa tratta questo clamoroso caso editoriale?
Avete mai stilato una lista delle 10 cose che vi rendono più tristi o più felici?
Si perché Alice e Daniel hanno questo in comune, insieme all’amore per le stelle, sotto le quali amano passeggiare, i colori e i mirtilli aspri, non si sono mai incontrati, ma lui l’ha cerca da una vita e le spedisce lettere a un indirizzo che non c’è, ricordando che il giorno in cui è nata la pioggia accompagnava i battiti del suo cuore e così che è nato l’amore in un giorno di pioggia.  Alice sta ritornando a casa perché dopo la mamma ora anche il suo papà sta morendo e lei scrive…
DIECI COSE DA DIRE A MIO PADRE
1.      A Singapore ho incontrato un uomo che aveva il tuo stesso odore: fumo e pelle scamosciata.
2.      Mi ricordo di quella vacanza in Grecia: rovine, e tu dovevi per forza spiegarci la differenza tra capitelli dorici, ionici e corinzi.
3.      Vorrei che mi avessi parlato della mamma. Vorrei che avessi conservato qualcosa di suo.
4.      Ho ancora il libro che mi hai regalato per il mio decimo compleanno, quando volevo fare l’astronauta: A spasso per il sistema solare.
5.      So che hai sempre sperato che qualcuna di noi facesse il medico, come te.
6.      ho un sogno ricorrente: sono fuori da casa tua; dentro c’è una festa; sento delle persone che parlano e ridono; io suono il campanello e tu ci metti secoli per venire ad aprire.
7.      Sono stata io a rubare la fotografia della mamma dal tuo studio.
8.      Avevo l’abitudine di spiarti: ti guardavo mentre facevi giardinaggio o stavi seduto in poltrona o alla scrivania dando le spalle alla porta. Avrei sempre voluto che ti voltassi e mi vedessi.
9.      Scusa se non sono stata molto presente.
10.  Ti prego, non…
Daniel sta cercando sua figlia, Alice va da suo padre, ma qual è il filo invisibile che li lega? Scopriamo correndo a comprare questo emozionante romanzo che ci farà scoprire i diversi colori e le sfumature del quadro che raffigura l’animo umano. Un esordio eclatante per scrittrice inglese Sarah Butler, da leggere e commentare.