lunedì 5 agosto 2013

“Happiness is a cup of coffee and really good book" - Un paese lontano. Un grande amore. Un'amicizia che sfida il tempo.

Caffè letterario
Good morning to all 
 Seguendo il consiglio della felicità, oggi ci godiamo il nostro caffè in compagnia di un buon libro come quello di Barbara Mutch, che con questo suo romanzo d’esordio, ci regala “la storia di due donne e di un’amicizia che sfida il tempo e le convenzioni sociali”, dal titolo “La bambina dagli occhi di cielo”, edito dalla Corbaccio Editore. Quindi prendiamoci un bel caffè insieme a questa scrittrice di origine inglese, che è cresciuta tra gli affascinanti e suggestivi scenari del sud dell’Africa, ma ora vive a Londra.
  “Un romanzo intenso, ricco di speranza e amicizia.” TV SORRISI E CANZONI
  “Altro esordio fortunato: pagine avvincenti, tra Lezioni di piano e atmosfere di The Help.” L'UNITA'
  “Un romanzo d’esordio epico e commovente, che scava nella storia e nei sentimenti di due generazioni di donne che vivono, lottano e amano in un Paese meraviglioso e crudele” FAMIGLIA CRISTIANA
Titolo La bambina dagli occhi di cielo 
Autore Barbara Mutch 
Collana Romance
Editore CORBACCIO
Pagine 384
Formato cartonato con sovracoperta
Prezzo  16,40 ebook 11,99 €
 La nostra autrice, con questo libro, ci appassionerà con i meravigliosi scenari africani, segno che non ha dimenticato i luoghi caldi e del colore del sole, dove è cresciuta e ci regala una storia coinvolgente dove una giovane donna irlandese Cathleen, è costretta a vivere l’esperienza dell’emigrazione, per aiutare la sua famiglia e raggiungere l’uomo che ama e che ormai non vede da cinque anni, ma ora è giunto il momento di seguirlo nell’assolata terra del cioccolato, l’Africa un luogo magico e potente ma allo stesso tempo lontano, dai suoi affetti e dalla sua umida e verde terra, che porterà sempre nel cuore, confidando alle pagine di un diario le sue emozioni e angosce, che un giorno incontreranno gli occhi di una bambina, che le mostra come guardare il cielo e perdersi in esso, donandole una amicizia che supera il tempo e le convenzioni sociali.
 Adesso sorseggiamo il nostro caffè e godiamoci questo splendido romanzo, venuto fuori dalla penna di Barbara Much “La bambina dagli occhi di cielo”, emozionante quanto La mia Africa, anche se paragonato al potente film vincitore di un Oscar e campione di incassi, The Help.
Irlanda 1919
 Oggi sono partita per l’Africa. Sono uscita dal portone e ho percorso il vialetto lastricato. I gabbiani stridevano sopra le scogliere di Bannock e la mia carissima sorella Ada piangeva. Mia madre – vestita con l’abito marrone che metteva per i matrimoni e i battesimi – guardava altrove. Ricordati di questo, mi ripetevo mentre salivo sul biroccio tirato da un pony. Ricordati di questo: i gabbiani che volavano in cerchio, il battito ritmico delle onde sui ciottoli della baia, le mani di Papà rosse e screpolate, Eamon che saltellava da un piede all’altro, una zaffata di terra torbosa e di fumo del caminetto, il profumo di lillà… Ricordati di tutto questo, tienitelo stretto.
 Non era previsto che nascessi a Cradock House. Non io. Ma mia madre Miriam restò nella kaia sul retro, sotto l’ombra scarna dell’acacia a ombrello, gemendo sottovoce nella calura di mezzogiorno finché Madam non tornò da scuola con i bambini e scese in giardino a cercarla. Ormai si era fatto troppo tardi per andare in ospedale. Il Signor Edward era in casa, a occuparsi delle sue carte nello studio. Madam lo spedì a chiamare il dottore nell’ambulatorio Church Street. Era l’ora di pranzo e il dottor Willmott fu costretto a interrompere il suo pasto. Mia madre mi disse che Madam cacciò i bambini – Miss Rosemary e il Signorino Phil – dall’unica stanza della kaia e aiutò Miriam a salire in casa. Lì le tenne la mano e le asciugò la fronte  con il proprio fazzoletto, lo stesso che Miriam aveva stirato il giorno prima. Il dottore arrivò. Il Signor Edward tornò nello studio. Nacqui io. Era il 1930. Mamma mi chiamò Ada come la sorella minore di Madam dall’altra parte del mare, in un posto chiamato Irlanda. Credo che essere nata a Cradock House sia stato per tutta la vita un motivo di gratitudine per me. Sento di appartenere a quel luogo come invece mia madre Miriam non ha mai potuto. Le scale strette e i pomelli d’ottone delle porte conoscono le mie mani e i miei piedi, lo scarno albero di acacia e l’albicocco mi hanno dentro di sé, io scorro insieme alla loro linfa anno dopo anni. E in cambio possiedo una piccola parte di loro. Così, quando Cradock House mi è stata portata via, non sono più riuscita a capire la mia vita. Cradock è situata nel Karoo, il grande semideserto del Suafrica in cui ci si imbatte ogni volta che, dalla balza arricciata delle montagne che bordeggiano la costa, ci si inoltra a sufficienza nell’entroterra. Il Karoo è il luogo desolato che bisogna attraversare prima di raggiungere Johannesburg, dove si può estrarre oro dal suolo e diventare ricchi. Ma io non sapevo nulla di tutto questo, ovviamente. Tutto il mio mondo consisteva in un quadrato, due case di pietra color panna dal tetto di lamiera rossa in una cittadina circondata di Koppies rocciose, polvere marrone e niente pioggia. L’unica acqua di cui ero a conoscenza si trovava nel Groot Vis – il Grande Fiume dei Pesci – che a volte si muoveva quel tanto che bastava da mettersi a correre in un piccolo canale fuori dalla casa, da dove poteva essere deviato nel giardino per dar da bere alle piante. Ai confini della città, dove il sole incontrava la  terra, il duro bush del Karoo, che non superava quasi mai l’altezza di un bambino, se ne stava abbarbicato al suolo arido. Sopra il bush spuntavano i tronchi avvizziti delle agavi, sormontati dai loro aguzzi fiori arancioni che si stagliavano come fiamme contro la boscaglia. C’erano anche degli alberi, come gli eucalipti o le spumeggianti mimose, ma solo nei giardini privati o lungo le rive deo Groot Vis, dove le radici potevano affondare nel terreno in cerca di acqua. Quelle rare volte che pioveva, il rumore era così forte e martellante sul tetto di lamiera che Miss Rosemary e il Signorino Phil si mettevano a urlare. Anche io e mia madre – nella kaia in fondo al giardino – avevamo il tetto di lamiera, che però era grigio e sovrastato di acacia a ombrello. E così il martellio veniva smorzato in un sibilo. Io non urlavo contro la pioggia, mi limitavo a stare sulla soglia ad ascoltarla, spingendo lo sguardo verso il veld al di là dello steccato. Quando mia madre non guardava, allungavo un pied nudo verso i rivoletti che strisciavano sopra il terreno duro e stavo a guardare l’acqua formare una pozzanghera e poi lasciarsi assorbire riluttante attorno alle mie dita. Cradock House si ergeva in Dundas Street, appena sopra il Groot Vis e appena sotto la Piazza del Mercato. Dundas diventava Bree Street verso la metà. … Al mattino, quando i bambini erano a scuola e iio ero indaffarate a spolverare il primo piano della casa, ero solita svignarmela in camera del Signorino Phil e, dopo essermi arrampicata sulla scatola dei balocchi, sbirciavo fuori dalla finestra. Eccola lì: Cradock tutta intera – o forse, pensavo, tutto il Karoo – che si estendeva sotto il sole giallo del mattino come la mappa che il Signor Edward una volta aveva srotolato sotto la luce gialla della lampada dello studio. … Mentre me ne stavo lì ad allungare il collo, ogni giorno, mi sembrava che per un unico, speciale istante la città intera, tutto il Karoo, fossero miei. Da quel punto,da quella finestra, non appartenevano a nessun altro. Proprio come mi apparteneva Cradock House. Forse anche Madam provava la stessa cosa nei confronti di quel posto chiamato Irlanda dall’altra parte del mare, da dove era venuta. Anche lei guardava fuori dalla finestra come se stesse cercando qualcosa oltre gli eucalipti e il Groot Vis e la polvere marrone aleggiava sopra la Piazza del Mercato quando c’erano troppi carretti tirati dai cavlli e non pioveva per settimane.
A Mamma e Papà non dispiace che io vada in Africa, anzi, in realtà ne hanno bisogno. Ma non vogliono dirlo apertamente. E io non ne parlo. Potranno dare in affitto la mia stanza per una somma maggiore di quella che io posso pagare con il mio stipendio. Eamon ha bisogno di un paio di stivali. Il cappotto di Ada – quello verde che prima era mio – è tutto consumato. Non ci sono abbastanza soldi perché io resti qui. Non vedo l’ora di partire, anche se al contempo ne ho il terrore. Perché so che, una volta arrivata laggiù, non potrò più tornare indietro. Si tratta di un impegno che durerà tutta la vita. E  anche se potrò tenermi in contatto con amici e famigliari tramite lettere che ci scambieremo, non rivedrò mai più i loro amati visi né udrò più la loro risata irlandese. Ecco che cosa significa emigrare. …

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