lunedì 16 settembre 2013

Caffè letterario, Sogno di essere libera. I libri sono le mie ali. L'amore è la mia conquista.

Caffè letterario
Buongiorno,
       appassionati lettori, ecco per voi il  bellissimo libro di una fantastica autrice Nerea Riesco,  da accompagnare al nostro caffè mattutino, che oggi  ci ammalierà con un  dolce e speziato vento che sa di miele e di cannella.
Il vento che sa di miele e cannella, è una bellissima storia che come il famoso libro La ragazza e l’inquisitore, ci trasporta in un lontano passato, in questo caso il 1544, dove la ragazza protagonista è Marianna, una giovane nobile castigliana, il cui unico amore e conforto sono i libri della vecchia biblioteca di casa. Una giovane il cui destino è già stato deciso, infatti dovrà andare in sposa al viceré, che governa nel Nuovo Mondo. Per Marianna questa è l’occasione per ottenere quella sognata libertà che fino a quel momento aveva vissuto solo all’interno dei suoi preziosi libri, ma anche se questo pensiero dura un battito di ciglia, scoprirà qualcosa di più, una avventura ricca di desideri profondi e svolte inaspettate sullo sfondo del regno spagnolo nel Nuovo Mondo. Nella sua vita si alzerà un vento che spira fra le sconfinate vallate, spingendola a una passione travolgente che spazzerà la sua rigida vita facendole assaporare il suo dolce e speziato profumo che andrà oltre la sua idea di libertà, l’amore. Questa è la vera forma di libertà che dovrà riuscire a conquistare.
Sogno di essere libera.
 I libri sono le mie ali.

 L'amore è la mia conquista.
Nerea Riesco è una bravissima e affascinante scrittrice spagnola, nata a Bilbao, è cresciuta a Valladolid e abita a Siviglia, si è laureata in giornalismo e oggi insegna scrittura creativa all'università, oltre a collaborare con il giornale “El País” e altri prestigiosi quotidiani. Con il libro La ragazza e l'inquisitore, ha concquistato il cuore di critica e librai, e la con la pubblicazione in dieci paesi, ha ottenuto il consenso del pubblico italiano e con Il vento che sa di miele e di cannella è stata vincitrice di prestigiosi premi letterari in Spagna, che confermano il suo talento, che chi ha avuto modo di leggere il suo prercedente libro La ragazza e l’inquisitore, sicuramente ha già notato.
Adesso assaporiamo il nostro caffè in compagnia di Marianna e chissà che non giunga anche a noi questo dolce vento speziato che può venir fuori solo dalle pagine magiche che stiamo leggendo, quelle scritte dalla fantastica Nerea. 
Un regno invincibile,
un paese delle meraviglie
dal favoloso paesaggio
e dalla laguna famosa,
monti di fulgido oro
e di brillante argento...
 Mariana Enríquez venne al mondo un giovedì di mercato a Medina de Rioseco. Un giorno alla settimana plaza Mayor e plaza de Santa Ana brulicavano di persone ansiose di aggiudicarsi l’affare del secolo, e le strade del centro si lasciavano privare della tranquillità a cui erano avvezze da sempre. La baraonda di fabbricanti di selle e finimenti, di armieri, gioiellieri, pescivendoli, commercianti di tessuti e di spezie, di calderai, conciatori e fabbri trasformava la «molto nobile e molto leale città di Medina de Rioseco» in quella che si prese a chiamare «la Piccola India», paragonando il suo mercato alle ricchezze provenienti dal Nuovo Mondo. Le bancarelle invadevano le strade sin dalle prime ore del mattino, come una mano prende possesso di un guanto, riempiendolo completamente, fino a colmarne la capacità. Le oche, i maiali, i galli, le pecore e gli altri animali della fattoria emettevano versi malinconici che settimana dopo settimana suonavano sempre uguali, trasformando ogni giovedì di mercato in una replica esatta del precedente. I versi delle bestie si mescolavano a quelli degli uomini e il vocio senza sosta dei venditori risuonava tra i portici, serpeggiava tra le colonne di legno, tra la folla, e prendeva forza fino a elevarsi al di sopra delle nubi, uno schiamazzo che si lanciava all’infinito lungo le pareti degli edifici, risalendo come fumo lungo il camino.  Fu per questo che le urla di doña Ana risuonarono attutite e nessun abitante del palazzo si accorse di nulla. I gemiti e i lamenti rimasero confinati alla stanza dove avveniva il parto.  “Strillate pure quanto vi pare, signora: in questo caso nessuno ve ne farà una colpa.”   La levatrice aveva già assistito la sposa dell’ammiraglio in altri due parti. La donna, grassa, dalle mani forti e robuste, il viso sempre paonazzo come se fosse sul punto di soffocare, per giustificare la sua sterilità davanti al Signore aiutava a mettere al mondo gran parte degli abitanti di Medina de Rioseco. Decisa com’era a lasciare in eredità i trucchi del mestiere prima di passare a miglior vita, negli ultimi tempi si faceva accompagnare da sua nipote, una giovinetta che non sembrava molto esperta e che a ogni grido della partoriente faceva una smorfia di dolore, partecipando alla sua sofferenza. La ragazza eseguiva gli ordini della levatrice in maniera goffa, lenta e imprecisa, e pareva sempre che assistesse a un parto per la prima volta; e che, potendo scegliere, di sicuro sarebbe stata anche l’ultima. “Forza, rimbambita, avvicinami quei panni”, gridò la levatrice sperando di svegliare la nipote. Poi, dopo un attimo, si rivolse a doña Ana come se niente fosse: “Spingete, signora, non mollate proprio adesso che ci siamo quasi...”. ... Nel frattempo, don Luis Enríquez faceva il possibile per ignorare ciò che stava accadendo nella stanza della moglie. Nelle due occasioni precedenti, sin dai primi lamenti aveva avuto lo stomaco e la mente in subbuglio; aveva immaginato sciagure terribili, infiniti disastri che quell’evento avrebbe scatenato in seno alla sua famiglia. Si era raffigurato la moglie distesa nel letto a baldacchino, sprofondata fra le lenzuola della dote ricamate dalle monache, in un mare rosso scuro e denso; nella sua mente Ana gridava e si contorceva dal dolore come un’anima in pena, lanciando scintille dagli occhi, capace di offendere perfino il Signore in un momento di farneticazione.  In verità l’uomo aveva il segreto terrore che un misterioso castigo divino potesse ricadere su di loro e che il bimbo nascesse con la pelle squamata o con la coda da diavolo, come si diceva fosse successo a una malcapitata famiglia di commercianti di Villanubla, tuttora sotto stretta osservazione del Sant’Uffizio. Davvero una vergogna! Ma i suoi due bambini erano venuti al mondo senza alcun segno di mostruosità, perciò questa volta si era imposto di non lasciarsi trasportare dall’immaginazione; erano settimane che tentava di convincersi che non aveva alcun motivo di preoccuparsi, visto che la sua famiglia era sempre stata profondamente devota. E in più, le offerte elargite alla Chiesa garantivano l’aiuto del Signore in qualsiasi contrarietà: su questo non c’erano dubbi. Ecco perché, quando giunse il fatidico momento, don Luis si sentì in pace, e per distrarsi si dedicò come ogni altro giorno a sbrigare gli affari legati al suo ruolo. Aveva da poco ereditato dal padre il titolo di ammiraglio di Castiglia e cercava di trovare il modo migliore per servire il sovrano, anche se questo poteva significare imporre dei sacrifici alla propria famiglia. E intanto i suoi due maschi giocavano alla guerra ignari di tutto, estranei alle rotondità della madre, tenute ben nascoste sotto gli abiti. Ma del resto i genitori non avevano voluto anticipare la notizia dell’arrivo di un nuovo fratellino, per evitare possibili domande imbarazzanti.  “È una bambina!”... Mariana fu fortunata. C’è tanta gente che non ha madre, lei invece ne ebbe due contemporaneamente: una che la mise al mondo tra orribili dolori uterini e cefalici, da cui ereditò i capelli scuri e ondulati, il portamento aristocratico da gran dama, le mani affusolate e bianche, la vita stretta... E un’altra che le diede il suo latte, in cui si trovavano diluiti l’ottimismo, la passione e la forza di spirito. Mariana crebbe in tal modo forte e sana.  Beatriz si occupava di sistemare tutte le settimane tra i lenzuolini della bimba piccoli amuleti contro le malattie, il malocchio e qualsiasi altra minaccia potesse incombere su di lei. Ana la lasciava fare, anche se non credeva granché in queste cose e temeva che il marito potesse scoprire quei talismani pagani. Ma Beatriz le assicurava che erano molto efficaci, e glielo ripeteva con una tale convinzione che la persuadeva a chiudere un occhio. Sotto la protezione delle due donne, Mariana trascorse i suoi primi anni di vita in un’atmosfera rarefatta prossima alla perfezione, in cui non esistevano i pericoli, la cattiveria e la povertà, in cui il profumo della lavanda tingeva dolcemente di violetto ogni attimo della sua esistenza. ... l’ammiraglio sentenziò che era giunto il momento che la figlia cominciasse a ricevere un’istruzione se voleva diventare una vera dama e una brava moglie. Le donne assentirono con entusiasmo. Erano disposte ad accettare ogni sua decisione, purché non cacciasse la bimba di casa. E così don Luis ebbe modo di godersi il gusto piacevole del potere ritrovato: obbligò la figlia ad andare a lezione con i fratelli e tenne occupata ogni ora della sua giornata; con questa tattica, che considerò degna del più scaltro cospiratore, riuscì a tenere Alfonso lontano da Mariana senza offendere la moglie e la sua amica. La bambina imparò a leggere e scrivere in latino, scoprì i segreti del ricamo e del cucito con Beatriz e sua madre, cominciò a stare dritta in groppa a un cavallo, grazie all’equilibrio più che alla pressione delle ginocchia, e intraprese la sua educazione musicale perché a corte si giudicava sommamente elegante che una giovinetta del suo rango sapesse suonare uno strumento. Don Luis fece portare dalle Fiandre un virginale, una specie di spinetta piccola e maneggevole che scelse più per il nome che per il suono, felice all’idea che alle riunioni in società la gente dicesse che sua figlia era una virtuosa del virginale. Ma, nonostante l’impegno e la passione con cui cercava di trarre melodie da quello strumento, Mariana non imparò mai a suonarlo con maestria e si sforzava più per accontentare il padre che per una disposizione innata. Doña Ana diceva sempre che il Signore aveva elargito alla figlia innumerevoli doti, ma di sicuro non un orecchio musicale. Lo strumento era costituito da un cassone in legno con una tastiera al cui interno un prestigioso pittore italiano aveva raffigurato un’innocente scena campestre con dei ragazzi intenti a giocare. Fu sistemato nel salone come un mobile fra i tanti e normalmente veniva lasciato aperto, perché il paesaggio rappresentato nel coperchio si potesse apprezzare a prima vista. In questo modo, il dettaglio che Mariana avesse poco orecchio per la musica passò in secondo piano, visto che quell’aggeggio poteva servire per adornare la sala. La pittura che decorava il virginale era la cosa che a Mariana piaceva di più dello strumento, e alle volte vi si sedeva di fronte, posava le dita sui tasti e immaginava sé stessa a far merenda in quella radura, sognando a occhi aperti. Con il passare degli anni, Mariana si rese conto che fra lei e il virginale esisteva un filo invisibile che li univa, rendendoli inseparabili. Quell’arnese era entrato nella sua vita per diventare una specie di complice silenzioso, sebbene a onor del vero ogni tanto lo usasse anche come strumento musicale. Ma fra tutte le materie apprese a lezione, quella che la entusiasmò di più fu l’arte di padroneggiare l’uso delle parole. Scoprì che, se si conosceva il funzionamento del codice linguistico, si poteva accedere al mondo segreto custodito nei libri della biblioteca, al cui interno abitava un’infinità di personaggi in attesa di essere ascoltati: cavalieri in armatura che salvavano donzelle rapite da draghi, cavalli giganti fatti di legno che celavano nel ventre un esercito, mostri con la testa di toro che vivevano in complicati labirinti... Alcuni autori riuscivano a spedire il lettore d’un balzo nei luoghi descritti, come se il tempo e lo spazio non esistessero per chi rimaneva intrappolato nelle loro pagine. Quando si rese conto del potere che i libri potevano esercitare sui pensieri delle persone, Mariana capì perché imparare a leggere fosse un bene così prezioso, concesso solo a pochi, e intuì anche perché la gente potesse venire perseguitata per i libri che aveva scritto. Si sentì fortunata a conoscere la formula che poteva aprirle le porte di mondi lontani dalle mura che la circondavano, ma quando prese coscienza dell’incontrollabile potere evocativo che la lettura esercitava su di lei, quasi si spaventò. Aveva sentito parlare dei cataloghi dei libri proibiti e si mise a riflettere su ciò che sarebbe potuto accadere nel caso uno di essi le fosse capitato fra le mani e la sua curiosità sfrenata l’avesse costretta a sfogliarlo. Di sicuro, se fosse rimasta catturata da una storia, la forza incontrollabile di quelle pagine l’avrebbe scagliata all’inferno. Quel pensiero la tormentava: il male si nascondeva dietro ogni angolo, tendendo agguati alle brave persone.  “Nessuno sfugge agli attacchi del demonio, perché lui è molto furbo», assicurava padre Bernardo. «Alle volte si camuffa sotto le lettere, i punti, le virgole e la carta, e con questi trucchi può trasformare il lettore ingenuo in un pericoloso eretico.” Fortunatamente per lei, la possibilità che uno dei testi indicati come pericolosi oltrepassasse i muri del palazzo degli Enríquez era davvero remota. Un’altra delle sue scoperte fu la scrittura, una sorta di scrigno del tesoro con cui dare vita ai suoi pensieri più intimi e conservarli, per poi rileggerli e riviverli di nuovo. Iniziò a scrivere un diario e, per evitare che qualcuno lo trovasse e leggesse la sua mente, inventò un linguaggio personale, un misto di parole al contrario e metafore intricate, che, se da un lato potenziarono la sua immaginazione, dall’altro resero i suoi scritti talmente oscuri da risultare indecifrabili persino a lei stessa. Grazie alla magia delle lettere poteva continuare a parlare con Alfonso adesso che avevano meno occasioni di incontrarsi, visto che lui aveva cominciato a lavorare con il padre e lei trascorreva le sue ore a lezione...

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